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Lesbia, tu dammi mille paper e poi cento

  • Immagine del redattore: marin-elia
    marin-elia
  • 23 dic 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Premessa: questo è un post sulla mia vita accademica, quindi noioso e potenzialmente mortale. Se siete solo incuriositi dalla figura potete saltare alla riga con *******.


Il 2020 è stato un anno veramente da dimenticare. Non solo per la pandemia, ma anche per un continuo e grottesco sovrapporsi di problemi e difficoltà che posso solo sperare scompaiano magicamente tra qualche giorno.


Il 2020 è però anche l'anno in cui, in qualche momento non ben precisato, ho superato la quota di 100 articoli pubblicati. Dal 2009 per diversi anni ho guardato a questo traguardo come se potesse essere il segno di aver finalmente raggiunto la "maturità" accademica. Dico "in qualche momento non ben precisato" per due motivi, il primo è che non tengo più il conto preciso e il secondo è che ogni sito prende in considerazione numeri diversi, ad esempio su Scopus ne ho ancora 96.


Ammetterlo è molto triste, ma il traguardo a cui tanto agognavo da giovane si è rivelato completamente privo di significato, a livello personale.


Certo, è stato un 2020 incredibile, con 26 pubblicazioni (credo). Ma a che prezzo?


Stress, rabbia, rapporti umani deteriorati, amicizie perdute, famiglia trascurata. Questo è il prezzo sociale che sento di aver pagato in questi ultimi anni. Ma c'è anche un prezzo "accademico". Dal 2009 al 2014 ero io a decidere quali articoli scrivere, secondo le mie passioni e i miei entusiasmi. Certo, la produzione era scarsina, ma scrivevo di cose che amavo, aiutato da persone che supportavano la mia passione. Ricordo benissimo alcuni passaggi degli articoli che mi sono piaciuti di più e posso orgogliosamente affermare che anche il resto del mondo accademico ha apprezzato il mio lavoro di quel periodo.


All'epoca c'era una leggenda urbana in circolazione, che per diventare un Ricercatore (pre-Gelmini) fosse condizione necessaria e sufficiente quella di avere almeno dieci pubblicazioni. Io ci avevo creduto e a fine dottorato ero riuscito ad accumularne a sufficienza... MA nel frattempo il mondo accademico era stato sconvolto dal più grande terremoto economico mai avvenuto e d'improvviso di posti non ce n'erano più. "Se ne parlerà tra otto anni", mi dissero.


Sognavo di restare a Udine, mi piaceva lavorare lì e mi trovavo bene con buona parte dei colleghi. Ma quel "Se ne parlerà tra otto anni" non teneva in considerazione un fattore importante: ad essere nella stessa situazione, all'interno del gruppo, eravamo in tre. Anche si fosse aperta una posizione, ci saremmo dovuti azzannare.


Purtroppo le considerazioni si fanno su scenari immobili, fotografie, senza tener conto di come le cose possano evolvere. Una quarta persona è invece arrivata poco dopo e uno dei tre originali ha alla fine lasciato per entrare in industria. Arrivato il 2014 mi sono reso conto che con il mio Curriculum (e con qualche rapporto umano nel frattempo deteriorato) non sarei andato lontano. Così ho letteralmente ficcato il mio mondo in una valigia e ho preso un biglietto di sola andata per il Giappone, vincendo un meraviglioso grant chiamato "JSPS Fellowship".


Dal 2014 bene o male la mia produzione scientifica è cresciuta enormemente e i miei campi di studi si sono progressivamente allargati. Ora mi occupo di food science, di semiconduttori, di ceramici strutturali e di biomateriali vari. Come questi argomenti riescano a stare in una sola vita è un mistero accademico, ma ovviamente il prezzo da pagare in termini di ore di lavoro settimanali è molto molto alto. Con così tanti progetti mi trovo spesso a fare cose che non mi piacciono, motivo per cui della mia letteratura recente non ho gli stessi ricordi patinati tipici dei miei primi anni. Non solo, produrre "tanto" significa anche produrre lavori di diversi livelli di qualità.


Dal 2018 sono in tenure track come Assistant Professor. Per chi non lo sapesse, è un contratto a tempo determinato che offre però la possibilità di passare al livello successivo, l'italiano Professore Associato, se dovessi passare dei requisiti minimi e probabilmente un'intervista.


Dicembre 2020 mi vede entrare nella seconda metà del contratto. Dal 2021 potrebbero intervistarmi per farmi passare di livello. Questa possibilità è il motore di ogni cosa che faccio a livello accademico e di come spendo oltre il 50% del mio tempo da sveglio. Poche righe fa parlavo di passione, ora devo ammettere che si tratta di necessità. Nella speranza che poi possa tornare alla passione. Ma il mondo accademico è diventato così, una corsa a pubblicare forsennatamente per gonfiarsi il curriculum e sperare di passare attraverso i cancelli della promozione prima che sia troppo tardi.



*******


Vi piace l'immagine? Viene da uno di quei lavori che mi hanno dato soddisfazione, nel 2020. Abbiamo sviluppato degli algoritmi che prevedono il livello di danneggiamento della dentina (il materiale che si trova sotto lo smalto dentale e nelle radici dei denti) usando un fascio laser, ad esempio attraverso l'uso di una fibra ottica. Il sistema è basato sul calcolo del tempo che la saliva (attraverso gli ioni che contiene) ci mette a riparare i danni fatti da un ambiente acido.


Purtroppo i risultati non sono stati molto confortanti: esposizioni eccessivamente lunghe ad ambienti acidi, anche non troppo forti, causano un deterioramento irreversibile. Già a pH debolmente acidi (5) bisogna stare attenti. Certo è vero che la saliva in genere fa da tampone e mantiene il pH più alto, ma è chiaro che sostanze acide di vario tipo, come anche le bevande gassate, a lungo andare possono farci superare il punto di non ritorno. Dipende poi molto da quanto saliviamo, quanto ci manteniamo idratati e da quello che passa nella nostra flora orale.

 
 
 

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